Le edizioni speciali Mono no aware sono nate dall’incontro tra due famiglie di imprenditori profondamente radicate nella Franciacorta e nei frutti che il territorio, lavorato con cura e dedizione, sa generare. La famiglia Mazzocchi, attiva nell’Ottocento nel settore della bachicoltura, e la famiglia Caruna, impegnata da generazioni nell’agricoltura e nel vino, condividono un’eredità di lavoro, sensibilità e rispetto per la natura.
Pompeo Mazzocchi, durante le sue quindici spedizioni in Giappone per l’acquisto dei semebachi, rimase affascinato dalla cultura giapponese, dai suoi riti, dalla sobrietà estetica e dalla raffinatezza artigianale. Da queste suggestioni nacque la raccolta di opere orientali che decoravano la sua dimora di Coccaglio, una collezione poi donata alla comunità dal figlio Cesare e divenuta il nucleo del Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi.
Un lascito che rispecchia la stessa idea di continuità che permea la famiglia Caruna, dove il sapere e la cura della terra vengono tramandati di generazione in generazione.
Se la prima edizione celebrava il concetto di mono no aware, questa seconda edizione evolve il dialogo tra Coccaglio e il Giappone introducendo il principio del Wabi Sabi, un’estetica che riconosce la bellezza dell’imperfezione, dell’impermanenza e della semplicità essenziale. È un invito a contemplare le piccole asimmetrie, le irregolarità che la natura e il tempo imprimono sulle cose, trasformandole in qualcosa di unico e irripetibile.
Nel vino, il Wabi Sabi si manifesta come consapevolezza del divenire: la vite che cambia, l’annata che modula il profilo aromatico, la mano dell’uomo che interpreta, senza forzare, ciò che la natura concede. Accettare l’imperfezione come valore significa riconoscere che ogni bottiglia racchiude un equilibrio fragile e irripetibile, frutto di processi lenti, non standardizzabili, mai identici.
Il riferimento simbolico al kintsugi, già presente nella filosofia della cantina, trova in questa edizione un senso ancora più marcato. Così come la lacuna riparata con l’oro mostra senza nascondere, conferendo nuova dignità all’oggetto, allo stesso modo la produzione Caruna ha fatto della cura, del recupero e della valorizzazione della materia prima un principio cardine: trasformare ciò che la terra offre in qualcosa di autentico, prezioso perché imperfetto.
Il Wabi Sabi non è semplicemente un’estetica: è un’etica dello sguardo. Chiede lentezza, attenzione, predisposizione a cogliere la bellezza dove solitamente non la si cerca — un grappolo segnato dal vento, una sfumatura cromatica imprevista, una trama gustativa complessa nata da condizioni non replicabili.
È questa sensibilità che la seconda edizione vuole trasferire nella bottiglia: un invito a celebrare l’effimero, ad accogliere l’incompleto, a percepire come poetico ciò che è destinato a mutare.
L’augurio è che questo vino, portato in tavola, non sia solo oggetto di convivialità — già intrinseca al mondo enologico — ma anche stimolo a conversazioni più profonde: su ciò che permane e ciò che svanisce, sugli intrecci tra culture diverse, sul valore delle tracce che il tempo lascia, e su quella forma di eleganza silenziosa che solo l’imperfezione può offrire